Ogni casa nasconde una storia. 

Da scoprire, ascoltare, abbracciare.

Fare famiglia è 
stringersi un po'.

Anna aveva un bambino piccolo, Marco, un compagno di vita

e uno sfratto. Aveva anche un lavoretto, di qualche ora, come addetta alle pulizie. Il suo compagno no, il lavoro non ce l'aveva, da quando l'impresa edile per cui lavorava aveva chiuso i battenti. Perdendo il lavoro di lui, tutta la famiglia aveva perso la casa, perché, malgrado qualche prestito dai parenti, l’affitto proprio non riuscivano a pagarlo più.

Così, avevano ricevuto lo sfratto.

 

Anna è arrivata in Fondazione segnalata dal suo datore di lavoro, che voleva aiutarla.  Gli abbiamo assegnato un monolocale, dove con suo marito e suo figlio hanno dovuto stringersi un po'. Ma era meglio che dormire all'aperto. Poi il marito di Anna ha trovato lavoro a Mantova, in una azienda agricola: per un po’ ha fatto il pendolare tornando a casa nel week end, poi, quando hanno capito che il lavoro poteva funzionare stabilmente, si sono trasferiti tutti.

 

Anna ha frequentato un corso come estetista e ora lavora part-time in un Centro di Bellezza nel piccolo paese padano dove

ora risiedono.

 

E Marco adesso aspetta un fratellino.

Perdere tutto,
e ricominciare.

Abel è un giovane ingegnere eritreo, arrivato in Italia con la moglie e il figlio di due anni, per chiedere asilo politico.

Suo fratello era stato ucciso dalla polizia durante la fuga, davanti ai suoi occhi. Un altro fratello, era stato fatto prigioniero in Libia, e lui stava cercando i soldi per pagare il riscatto. Erano approdati a Como, ospitati in un Centro di Accoglienza per famiglie straniere.

Dopo alcuni mesi, la moglie aveva trovato lavoro: due mezze giornate alla settimana come colf, lui invece aveva iniziato a fare piccoli lavori occasionali, come tecnico informatico.

Nella baraonda della struttura di accoglienza dove vivevano, però, il loro bambino aveva iniziato a dare segni di sofferenza: il posto era caotico, con tanta gente che parlava ad alta voce, la televisione sempre accesa, e nessuno spazio dove potere stare insieme. Non stavano bene, lì dentro, come accadrebbe ad ogni famiglia sana. 

Non avevano un lavoro fisso, non avevano un reddito, non avevano risparmi, né stoviglie, lenzuola, arredi. 

 

La Fondazione li ha quindi ospitati, con un accordo di 18 mesi. Loro pagavano le utenze e una piccola quota per l’uso della casa, il resto lo integrava il Comune che li aveva accolti. La moglie di Abel nel frattempo ha trovato un lavoro fisso. Lui, con molto impegno, si è costruito un mosaico di lavoretti: alcune ore come addetto alle pulizie, alcune come operaio, qualche consulenza informativa.

Abbiamo lavorato tutti insieme: la famiglia, i Servizi Sociali, noi della Fondazione, così, al termine dell’ospitalità, loro sono riusciti a prendere una piccola casa in affitto. Sono persone in gamba, ce la faranno. Per loro la casa è stata un nuovo inizio, e la forza per ricominciare.  

Se potessi ti comprerei una casa grande enorme capace di contenere la tua anima

e la riempirei con tutti i tuoi sogni

grandi e piccoli.

 

(David Grossman)

Un oceano di bene.

Antonio è pensionato.

Lavorava nei trasporti, adesso ama fare volontariato con i migranti. Lo abbiamo conosciuto a una serata sulla tutela dell’ambiente, in cui noi della Fondazione avevamo un piccolo spazio, per presentare la nostra attività.

All’uscita, ci ha fermato, offrendoci una casa in affitto, a un costo molto più basso di quello da agenzia. 

Qualche settimana fa è partito in bicicletta per il Portogallo. Quando è arrivato sull’Oceano ci ha telefonato:

voleva solo dire che era felice.

“Non importa se è piccola", disse mia mamma il giorno che ci consegnarono la chiave. "È nostra”.

Sorrise e il suo volto si illuminò come se avesse inghiottito il sole. Allora capii quanta dignità c’è

nel poter dare a un luogo, il nome di casa.

 

(Sahar Delijani)

Vivere in stampatello

"IL TIROCINO VA BENISSIMO, SONO BRAVA E

MI PIACEREBBE TANTO LAVORARE IN OSPEDALE".

 

Irina scrive sempre in stampatello.

In Romania ara assistente sociale, qui frequenta un corso per operatore socio-sanitario. Quando passa un esame o inizia un corso, scrive per aggiornarci.

Abbiamo sostenuto Irina con un micro-credito per l’affitto, fino al termine della scuola. E ci ha reso tutto, fino all’ultimo centesimo. Prima stava con un uomo di Como che, quando si è stancato di lei, l’ha messa in strada. Non era la prima. E nemmeno la seconda. Ma Irina è brava davvero.

 

Lei ha imparato che "casa", è anche solo qualcuno che

ti sappia ascoltare.

Dove dorme la speranza.

Luigi ha abitato da noi con la sua famiglia di cinque persone, che il fallimento dell’azienda di famiglia aveva messo in ginocchio.

 

Lui si è rialzato con la determinazione di un guerriero, ha reinvestito i pochi mezzi in un negozio, trasferendosi a vivere, con tutta la famiglia, nel magazzino. La sera aprivano le brande tra gli scatoloni, cucinavano qualcosa con mezzi di fortuna e poi la mattina i tre figli andavano a scola, mentre i genitori

aprivano l’attività.

 

I Servizi Sociali del Comune li hanno aiutati, coprendo buona parte dei costi per l’ospitalità (utenze, alloggio) in un piccolo appartamento che la Fondazione ha potuto mettere a disposizione, anche se i figli per andare a scuola dovevano prendere due pullman.

 

Pochi mesi dopo, sono riusciti ad entrare in un alloggio a canone agevolato, di una cooperativa edilizia.

Luigi e la sua famiglia ce la stanno facendo, hanno la loro casa, sono tutti insieme... e in magazzino sono rimasti

solo gli scatoloni.